Mia moglie Emanuela ha 42 anni e sapeva da quando era piccola che il suo prolasso alla valvola mitrale non le avrebbe provocato problemi ne’ limitazioni particolari. Dopo la seconda gravidanza però, ad un semplice controllo cardiologico di routine, ha scoperto che quel prolasso aveva iniziato un processo degenerativo, forse anche a causa proprio di quella gravidanza un po’ faticosa. Insieme a lei abbiamo iniziato quel calvario che caratterizza ogni malato nel nostro bel paese, appesantito da dubbi e perplessità di ogni genere. Ogni cardiologo a cui richiedevamo consulenza si esprimeva con una diagnosi diversa, spaziando dal medico che suggeriva un intervento nel breve periodo a quello che avrebbe atteso anche qualche anno prima di decidere cosa fare. Era chiaro ormai che quel prolasso di grado moderato era degenerato ad un grado “severo” e qualcosa bisognava fare….
“Signora, le prescrivo la cardioaspirina”, “signora, prenda un beta bloccante”, “signora, si cerchi un cardiochirurgo e pensi all’intervento”, “signora, magari tra qualche anno le tecniche operatorie cambiano e potrà pensare ad operarsi”; fatto sta che la confusione generata dai medici con l’aiuto delle nostre ricerche su internet hanno compromesso anche la stabilità emotiva di Emanuela, ormai impaurita più dalla scarsa chiarezza che dal suo problema fisico. Casualmente, in una delle tante ricerche su internet, siamo però approdati ad un nome, apparentemente poco altisonante per i non addetti ai lavori, il Prof. Hugo Vanermen. Si parlava di una tecnica mini-invasiva ma nessuno aveva mai sentito parlare di lui: i medici ai quali chiedevamo dell’esistenza di tecniche mini-invasive affermavano che queste erano ancora in una fase embrionale, che in pochi le utilizzavano, che le tecniche tradizionali offrivano maggiori sicurezze…… nessuno aveva sentito parlare di Hugo Vanermen. La caparbietà di Emanuela è stata premiante, davvero. Ha scavato con una forza a me ancora sconosciuta all’interno del mondo medico, scomodando amicizie, prendendo contatti con chi aveva sentito parlare di quel medico, cercando su testi medici e pubblicazioni scientifiche, ed è arrivata alla conclusione che quella tecnica era davvero efficace. Perché se esisteva una tecnica mini-invasiva, che lasciava piccole cicatrici, che riduceva al minimo i rischi operatori, che evitava il taglio dello sterno, doveva preferire la tecnica tradizionale? Questo quesito ci ha tormentato per mesi.
Il Professor Vanermen però a quel tempo era raggiungibile solo in una clinica estera e non era facile per noi parcheggiare i nostri bambini piccoli, ma Emanuela si è messa in contatto con quella che avevamo capito essere la Sua assistente, Agnès Cardella. Se oggi possiamo affermare che il Prof. Vanermen è un dono che il Signore ha fatto all’umanità, con altrettanta enfasi voglio comunicare a te, caro lettore, che la Signora Agnès è una persona dotata di una sensibilità, disponibilità, efficienza e amore della professione che non troverai mai più nella tua vita. Ha tranquillizzato Emanuela quasi quotidianamente per circa un anno, al telefono, su whatsapp, via email, via fax, come neanche un tuo familiare riuscirebbe a fare. E questo è il trattamento che riserva ad ognuno dei suoi contatti, senza minimamente distinguere il paziente cosiddetto “ASL” da quello che ha un’assicurazione privata. E’ la prima volta nella mia vita che ho l’onore di appurare l’esistenza di due persone che svolgono una missione, e NON una semplice professione. Nel mese di Gennaio 2015 Emanuela prende coraggio e decide di conoscere personalmente il Prof. Vanermen, confortati dal fatto che da qualche mese, opera anche in Italia, nella struttura privata “S.Anna Hospital” di Catanzaro. L’impatto è da togliere il fiato: ci aspettiamo di incontrare un luminare distaccato, freddo, frettoloso e molto costoso, magari seguito da uno stuolo di collaboratori scodinzolanti, perché è a questo che la sanità italiana ci ha abituati. Invece, un Signore educato, cordiale e sorridente entra nella stanza, stringe con entrambe le mani la mano di Emanuela perché comprende lo stato emotivo di chi si trova in quella condizione. E’ il famoso Prof. Vanermen, padre di cinque figli e nonno di 13 nipoti di cui ci mostra la foto. Un ecocardiogramma e subito la diagnosi, bisogna operarsi al più presto. Emanuela è giovane e sottoporsi subito ad un intervento le consentirebbe di tornare ad essere una persona efficiente e sana, come se non avesse mai avuto quel problema. E’ stato l’unico a prendere una penna ed un foglio e disegnare il cuore, spiegandoci cos’è un prolasso, cosa significa peggioramento, cosa sono le “corde”, cos’è il rigurgito, perché le extrasistole, e tanto altro. Lui ha inventato una tecnica di accesso mini-invasivo che si chiama port-access e l’accesso con gli strumenti operatori avviene attraverso piccoli forellini o tagli, senza toccare le costole ne’ lo sterno, e con l’ausilio di monitor ad alta definizione che offrono al Professore una visione del campo operatorio infinitamente più chiaro del torace “aperto”. L’ha praticata su migliaia di pazienti con successo, mai una vittima. Mai nessuno prima era stato tanto chiaro. Ci spiega l’intervento, è di una modestia talmente marcata che fa apparire la tecnica che lui stesso ha brevettato un gioco da ragazzi. Ora è il momento di pagare la visita, chissà che onorario: Agnès si congeda da noi dicendoci che il Professore non vuole il pagamento del suo onorario fin quando Emanuela non decide cosa fare. L’ennesimo stupore per noi, abituati a cifre da capogiro solo per mettersi seduti di fronte ai “professoroni” italiani.
Emanuela ha paura, ha i suoi tempi, riesce a decidere di operarsi solo a Maggio, contrariamente a quanto invece consigliato da Vanermen. Agnès, il nostro angelo custode, ci infonde tranquillità e ci aiuta ogni giorno da Gennaio fino al giorno dell’intervento, non sappiamo dove riesca a trovare tutta quella energia e quello spirito di abnegazione. Abbiamo molta paura e soprattutto molti dubbi: sarà la scelta giusta? Perché a Catanzaro, piuttosto che tanti centri d’eccellenza al nord? Se le testimonianze che abbiamo sentito non fossero poi così veritiere? Arriviamo a Catanzaro Domenica e il ricovero è fissato per Lunedi mattina, Mertedi l’intervento. Tutti gli operatori del S.Anna Hospital sono eccezionali: giovani, volenterosi, sempre a disposizione di ogni paziente, pagante o convenzionato che sia, senza distinzione. Anche qui il nostro stupore: tutti sono disponibili e cordiali, dall’infermiere specializzato al chirurgo, dalle signore delle pulizie alla caposala.
L’intervento: il Martedi mattina viene somministrato un calmante prima della sala operatoria, luogo nel quale inizia dopo poco la fase di pre-anestesia. Emanuela viene rassicurata da tutta l’equipe prima di addormentarsi dolcemente. Da quel momento per noi familiari si acuisce il senso di angoscia per l’attesa ma Agnès è sempre presente, mi tiene al telefono per un’ora aggiornandomi sui dettagli dell’intervento, confortandomi su ogni aspetto, risolvendo ogni mio dubbio. Agnès ha una preparazione tecnico-scientifica di prim’ordine, parlare con lei è come dialogare con il Prof.Vanermen, le sue parole e le sue spiegazioni trovano ogni volta riscontro nelle analisi e negli esami di laboratorio oltre che nelle parole del Professore. Emanuela esce dalla sala operatoria dopo circa 7 ore (aspettare due mesi in più rispetto ai consigli del Professore ha reso l’intervento più lungo, come da sue previsioni), sta bene e si è già svegliata ma è ora in terapia intensiva come da prassi per monitorare ogni parametro. Quella che ricordiamo come pesante è la prima notte nella sua stanza, ovvero il giorno successivo all’ingresso in terapia intensiva: dolori abbastanza acuti alla schiena e nei punti nei quali è presente un canale di drenaggio. Le somministrano antidolorifici, il personale è attento e presente, giorno e notte, non serve chiamarli perché transitano di continuo a verificare le condizioni. Da sottolineare l’ennesima manifestazione di vicinanza della Signora Agnès, alla quale ho inviato un messaggio alle 3 del mattino nella speranza che lo leggesse appena sveglia. Macché, prontamente vedo una sua risposta dopo pochi minuti, a riprova che la sua e quella del Professor Vanermen è una missione, non un lavoro, non un business. I giorni successivi trascorrono migliorando sensibilmente e velocemente fino al giorno delle dimissioni, il Lunedi successivo. Felici e stanchi riprendiamo l’auto e affrontiamo gli 800 km per tornare dai nostri bimbi.
A due mesi circa dall’intervento, i primi giorni di Luglio, la visita di controllo. I segni dell’intervento non sono quasi più presenti sul corpo di Emanuela, che mette il costume e nessuno si accorge di nulla. Arriva il Professor Vanermen ed è ormai come un familiare: grandi saluti e abbracci, le sue confortanti parole – “Emanuela, lei è perfettamente guarita, ora vada a correre” – sono per noi una liberazione quasi dolorosa. Così come penetranti sono le parole di commiato del Professore, “Emanuela, la ringrazio per la fiducia che mi ha accordato”.
Il marito di Emanuela
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